L’artista, attualmente attivo a Merano ma formatosi come scultore a Firenze, ha lavorato a lungo per creare presenze che hanno la forza dei contrasti tra il pieno e il vuoto, tra la natura e l’artefatto, tra caldo e freddo. Contrasti sempre risolti in costante rapporto con lo spazio circostante. Un rapporto che nel tempo Egger è venuto raffinando e concentrando nella contrapposizione/unione tra forme, stili e materiali, avvicinandoli il più possibile in ciò che tra loro è più prossimo. Disegno e colore, fotografia digitale e scultura, immagine piatta e sbalzo o, ancora, immagine ridotta a forme e forme ridotte a immagine. Attuando spesso una riduzione formale che non è mai appiattimento Egger è venuto costruendo un equilibrio raffinato di aggiustamenti percettivi, inevitabilmente attraenti per chi osservi i suoi “sopralluoghi”. Il soggetto-cantiere fedelmente ritratto nell’immagine digitale presenta ora maggiore, ora minore “realtà” rispetto alla parte materica, “reale” nella dimensione dello spettatore. Le opere di Ulrich Egger mettono in scena fotografie accostate a lastre di acciaio in cui si stagliano possenti edifici in costruzione, spinti visivamente verso l’alto dal taglio dato all’immagine, dove fabbricati stagliati in cieli spenti e vuoti, innalzati e retti da fondamenta e strutture di un gigantismo titanico, ben richiamano le tematiche a lui care. Tubature, aste in ferro, strutture architettoniche, indagini sulla materia e sui nessi tra i metalli e i cementi, sulle strutture primarie che evolvendosi diventano scene ambientali e monumentali, sono i protagonisti di un’anatomia degli elementi della vita metropolitana, dove città in espansione e assenza dell’umano vanno di pari passo con la scoperta dell’anima di cose inerti. I paesaggi urbani sono però minati dalla fragilità, dalla specificità intrinseca dei materiali, da un disagio solitario e metafisico come di abbandono o forse di attesa. L’insistenza con cui vengono mostrati i punti di giuntura, dove il cemento diviene colore nelle tonalità dei grigi, e l’accumulo di macerie a lastre, che è base e pretesto per scandagliare la profondità visiva, danno l’idea dell’abilità di questo artista che si cimenta in territori contigui alla scultura e all’installazione anche quando crea strutture verticali da muro. L’epicentro del suo mondo concettuale, che trova un sapiente equilibrio in un’impaginazione estetica dell’immagine, sta lì dove l’animo della metropoli aspetta il suo costruttore, dove il cemento armato rammenta solidità e utopia.

In occasione della mostra sarà pubblicato un catalogo, edizione SKIRA/OREDARIA. Testi critici di Andreas Hapkemeyer e Domenico De Masi.

 

INTRODUZIONE

© 2003 OREDARIA TEMI E FORME DELL'ARTE SRL UNIPERSONALE