Poetiche del confine

TRA/BETWEEN/ENTRE...

È possibile oggi parlare di poetica del confine? Questa domanda sembra essere il punto di partenza per il lavoro di Bernardo Giorgi. Giorgi sembra dare una risposta affermativa considerandola parte di una più generale poetica della mobilità e intendendola come sperimentazione continua, scambio incessante di linguaggi e di ruoli e riflessione sulle esperienze che possono oggi portarci fuori dai binari predisposti dall’industria culturale. Il termine confine va inteso non solo in senso geografico, ma linguistico.

Il lavoro più emblematico di Bernardo Giorgi in questo senso è il progetto Dresda-Praga , dove tutto il senso è in quel trattino – in quel carattere tipografico e segno grafico che indica che il progetto ha avuto il suo luogo, nucleo e centro tra Dresda e Praga e non a Dresda e/o Praga. Quel tra è una chiave di lettura, un indizio della perdita del centro e della revisione dei ruoli all’interno di un progetto fluido che riporta gli artisti (alcuni di loro hanno aperto ad altri viaggi) a un ruolo progettuale e li mette in situazione di incontro e scambio relazionale tra loro e con curatori e intellettuali. Si tratta di un’esperienza di circa due anni di viaggio, pratica conoscitiva antica e nuova, e mappatura di un territorio. Una casa nomade, una tenda, ha viaggiato tra le due città lungo il corso del fiume, lungo il bordo dei confini, ospitando discussioni e opere, progetti e sogni di tante identità. Il fondo della tenda si configura come mappa-cartamodello-cartografia d’identità.

 

BASSA SARTORIA

L’alta moda scandisce il ritmo del tempo con le repentine metamorfosi della foggia degli abiti, che funzionano come le mutazioni di pelle nel mondo animale, e coltiva il mito artistico del capolavoro nella mistica del pezzo unico. Suo fondamento è l’attenta misurazione del corpo che viene poi riportata in un modello. Se la pelle è zona limite del corpo, l’abito è un secondo confine tra l’uomo e il mondo, intermedio tra l’epidermide e le pareti della casa (il confine dell’abitare dell’uomo cui molti artisti dedicano una riflessione oggi). In un cartamodello Luigi Ontani ha potuto realizzare un’indiretta forma di autoritratto. Esistono però cartamodelli meno legati a questo aspetto soggettivo. Molti giornali femminili, negli anni in cui era ancora molto frequente confezionare gli abiti in casa, fornivano cartamodelli a un gran numero di donne per ogni occasione.

In Patterns kiosk per Dialog Loci (a Kostrzyn sul confine Polacco-Tedesco) Bernardo Giorgi si appropria di questo strumento di eleganza “fai da te”, un esempio di bricolage dello stile. Affitta un chiosco che viene decorato con elementi legati ai cartamodelli. All’interno ci sono numeri della rivista “Burda” che possono essere presi gratuitamente. Nell’Europa dell’Est sono molto richiesti proprio per la presenza dei cartamodelli. Dentro al chiosco un sarto cercherà di aiutare le persone a realizzare piccole cose, utilizzando scampoli di stoffe provenienti da Prato. Osservando l’analogia tra carte geografiche e cartamodelli, due modi di mappare il territorio e il corpo, Bernardo Giorgi predispone le cose in modo che aree cittadine diventino particolari di vestiti: il Forte, ad esempio, può diventare una tasca...Così le persone possono realizzare decorazioni con un brano urbano su un loro vecchio indumento. Una zona della città diventa un marsupio, le linee dei cartamodelli sono rasate come i punk...L’interno del chiosco, ricoperto di prato sintetico e arredato con oggetti di peluche è abbastanza kitsch da competere con i messaggi comunicativi del mercato, molto forti visivamente.

 

IL CONIGLIO BIANCO E IL CAPPELLAIO MATTO

L’idea di mappare un territorio e anche una serie di comportamenti torna nel campo d’energia ritagliato per una piccola comunità di conigli che con i loro spostamenti e le loro traiettorie realizzano tracciati e disegni. Dalle feritoie del muro che ci separa noi li spiamo, ma anche loro ci fissano in un rapporto di reciprocità che indica che nell’analisi comparata dei comportamenti ci siamo anche noi, la specie degli umani. Nell’organizzazione spaziale che Giorgi ha predisposto c’è l’inserimento di una piccola architettura, una casetta che gli animali hanno esplorato ed eletto a loro rifugio. Animali che sono sempre più al centro della ricerca artistica contemporanea. Il muro, la parete divisoria, il limite posto, il confine è un elemento produttivo, non solo perché il confine si trasforma in bordo, cerniera che partecipa di ambedue le situazioni che apparentemente divide, in quella sorta di terra di nessuno dove può svilupparsi la sindrome borderline, ma anche perché stabilire un campo è la prima cosa da fare per mettere in atto (stavo per dire in scena) un esperimento scientifico.

Ora con Helmets Giorgi fornisce il corredo di un kit all’interno di una valigetta comprendente una macchina fotografica usa e getta, un dischetto per computer, un “passaporto” e un buffo cappello, tra berretto da gioco, elmetto da guerra e calotta cranica. Viene inoltre fornito un vademecum sulle funzioni del berretto, scritto in un linguaggio volutamente verboso, aulico e antiquato, dichiaratamente fuori epoca, con una sorta di ironico distacco. L’idea è che queste valigette vengano affidate in custodia a qualcuno che potrà usare il kit come meglio crede. Nell’oggetto valigia torna l’idea del viaggio che aveva alimentato la struttura nomade di Between Dresden and Prague, la tenda. Gli oggetti che questa valigia contiene sono legati all’idea di comunicazione, mentre il berretto sembra la concretizzazione di un principio spirituale che informerà le future realizzazioni. Il kit infatti serve a realizzare qualcosa e questo prodotto culturale sarà restituito (giacché la custodia è temporanea) con la valigia. L’oggetto nomade non perde, ma acquista spessore semantico nel viaggio.

Laura Cherubini

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