L’artista, nato nel 1969 a Beer-Sheva, si presenta a Roma con un ciclo di lavori recenti raccolti in un itinerario dal titolo ‘No Man’s Land’.

La mostra si snoda lungo un percorso che, partendo dall’autoritratto dell’artista, e quindi da una riflessione intimistica, passa attraverso lavori che rivolgono lo sguardo all’esterno, alle rovine del mondo, fino a giungere alla ‘Prigione di Ansaar’.

Le tre tele di questo ultimo spazio, cariche di valenza politica e sociale, sono testimonianza sì di uno spazio realmente esistente, ma alludono, al tempo stesso, alla nostra “prigione mentale”.

 ……Gilad Efrat, è un artista che utilizza lo strumento “tradizionale” della pittura rinnovandone non solo il linguaggio specifico ma anche la sua “necessità” nei nostri giorni.

   Attraverso un uso dei mezzi e dei metodi di questa tradizione egli è capace, come pochissimi, di ridare voce e possibilità nuove ad un linguaggio che la nostra epoca ha dichiarato morto.

Non è un caso, che il suo lavoro chiami in causa, da molto tempo, i “luoghi della scomparsa”. Alcuni anni fa questi soggetti erano siti archeologici affondati nel deserto, luoghi originari, biblici, sulla memoria dei quali è stato creato Israele e che oggi sono alla base di studi storico-archeologici (e di interessi strategici) finalizzati alla ricerca dell’identità specifica di un popolo e di una nazione, ma soprattutto degli individui che la abitano.

Oggi, le stesse rovine, hanno preso il volto delle città Europee distrutte dalla guerra, le immagini viste dall’alto di  città rase al suolo da bombardamenti ricordano drammaticamente quelle dei ritrovamenti archeologici di Jerico o di Betlemme divorate dal deserto e fatte riaffiorare da mani pietose.

 Le opere recenti richiamano alla mente la desertificazione operata dalla guerra, quello stato “piatto” da cui l’Occidente è dovuto ripartire e che tuttora fa da sfondo alla nostra civiltà. Una sorte comune collega quel deserto al nostro, e Gilad Efrat, come un archeologo pietoso si esercita a “togliere” strati di pittura da cui affiorano immagini che sembravano ormai dimenticate…...

……I paesaggi dipinti sono fatti perlopiù di pietra o, comunque, ad essa la sua pittura ci riporta. Ha poca importanza che la pietra sia di forma naturale o artificiale, trovata o creata, in ogni caso è lì a dirci quanto sia “duro” il mondo. Duro a morire, quando sono le rovine (cittadine e non) ad essere dipinte, duro a nascere quando le pietre prendono la forma di mura, recinti, prigioni……

(tratto da un testo di Alfredo Pirri scritto in occasione della mostra di Gilad Efrat e disponibile in galleria)

Catalogo SKIRA/OREDARIA con testi di Alfredo Pirri, Laura Cherubini e Idit Porat.

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