Istintivamente si è portati a pensare all’architettura secondo idee derivateci dalla tradizione. E’ consuetudine considerare l’architetto come “colui che, con metodo consolidato, saprà progettare con intelletto e sensibilità” per rispondere alle necessità degli uomini. (Leon Battista Alberti) Per quanto il suo estro creativo si possa esprimere, il fine ultimo che sta alla base del suo operato è sempre soddisfare le necessità pratiche dell’uomo. In Subjective Involvement in Physical Spatial Entities l’architettura è intesa in modo allargato, libero. Qui è considerata come la strutturazione e traduzione delle proprie idee in entità spaziali fisiche. Portando questa disciplina nel mondo dell’arte si aprono possibilità infinite slegate dai “doveri di funzionalità”.

Ogni architettura si relaziona con il nostro corpo che, conseguentemente, è soggetto a stimoli nati da questo incontro. Siamo liberi di percepire questi stimoli come più desideriamo e di tradurli in sensazioni personali. Chi costruisce uno spazio o caratterizza il suo esterno o ancora ne organizza l’interno può condizionare i nostri comportamenti fisici e le nostre sensazioni. Ogni intervento legato al costruire apporta modifiche che, inevitabilmente, ci coinvolgono fisicamente e psicologicamente.

Partendo dalla convinzione che siamo soliti notare con particolare attenzione i luoghi e ciò che ci trasmettono quando questi si distanziano in modo inaspettato dalle nostre consuetudini percettive, è stato chiesto ad Emily Speed, Esther Stocker ed Aeneas Wilder di riflettere su nuove interpretazioni degli spazi, di pensare “architettonicamente”. Un’attitudine, quest’ultima, già presente nelle loro ricerche artistiche caratterizzate da una forte implicazione architettonica. La mostra vuole essere una possibilità concreta per partecipare in modo nuovo gli ambienti della galleria, una maniera per scuotere la nostra sensibilità verso il costruito molto spesso assopita dalla disattenzione ai luoghi in cui ci troviamo. Il lavoro di questi artisti, ognuno con un’identità personale ben distinta, dà fisicità a nuove possibili logiche del costruire. Questa esposizione è un momento per collezionare esperienze derivate sia dalla relazione fisica ed emozionale con “gesti architettonici” nello spazio sia da una libera interpretazione della Psicologia dell’Architettura e dei concetti espressi a riguardo da Heinrich Wölfflin alla fine del XIX.

Questa richiesta fatta agli artisti qui invitati di sperimentare con e nello spazio porta con sé una volontà e una dichiarazione d’intenti precisa: continuare a considerare gli ambienti della galleria come uno dei principali luoghi in cui accadono le cose dell’arte, in cui si possa realmente misurare la portata sperimentale dell’espressione artistica di un autore.

La ricerca della Speed si basa sul rapporto fra il corpo - inteso come edificio - e il suo relazionarsi con l’architettura e sul desiderio dell’uomo di edificare malgrado l’inevitabilità del decadimento. Le sue opere fanno uso di materiali semplici, molto spesso di riciclo, anche precari nella loro fisicità strutturale. Façades (Flats) è la concretizzazione fisica di suggestioni architettoniche che l’artista ha estratto dai suoi giorni di visita a Roma e dintorni. Il risultato è come una porzione di città creata grazie alla traduzione di sensazioni personali. Viene così interpretata la memoria del e sul costruito presente in gran parte degli edifici di Roma. Questa della Speed è, infatti, anche un modo di edificare che rilegge le stratificazioni di materiali e stili definitesi nel tempo. L’artista ragiona sull’idea di edificio nell’edificio per giungere al principio dell’esterno legato all’architettura. Questa struttura pensata per la mostra è percorribile, ma solo in parte. La nostra partecipazione fisica è bloccata all’esterno degli edifici. L’esterno è “il luogo che non si può mai occupare completamente dal momento che esso è sempre altro, differente, ad una distanza da dove si è”, ma ciò nonostante essere all’esterno di qualcosa significa comunque essere all’interno di qualcos’altro.” (Elizabeth Grosz)

La Stocker sviluppa ulteriormente il suo interesse verso le superfici e il tentativo, mentale, di superarle entrando in una struttura. All’aspetto formale si aggiunge sempre quello legato all’interpretazione personale che contraddistingue tutti i “sistemi immaginativi” organizzati dall’artista. A differenza degli interventi precedenti realizzati con i fili in Einfühlung non viene spazializzato il linguaggio scritto. Le linee parallele abbozzano superfici che impediscono il passaggio fisico attraverso di esse. L’accesso agli ambienti è laterale e sfrutta l’open space della galleria. Queste “pareti”, però, non separano nettamente. Lo sguardo trapassa fra i piani, lo spazio è filtrato. Si creano come degli interventi grafici di superficie nello spazio, delle visioni di griglie con densità monocromatiche differenti in base alla nostra posizione fisica fra esse.

I valori del costruire quali durevolezza e sicurezza statica sono invece messi in discussione da Wilder. Seppur non manchino occasioni in cui abbia realizzato anche lavori per esterno destinati a durare più che il solo periodo della mostra, la sua ricerca si basa sull’assunto dell’impossibilità di preservare fisicamente qualcosa per l’eternità. Il suo lavoro ruota attorno alla transitorietà e temporaneità. Si innesca automaticamente un fenomeno di rigenerazione delle cose ottenuto grazie alla distruzione delle stesse. Questa distruzione è però circoscritta solo alle singole opere e si annulla nel momento in cui si considera la ricerca artistica di Wilder nella sua completezza. In quest’ottica, infatti, ciò che si crea è una storia di momenti in costante rinascita evolutiva. Le opere nascono da un accuratissimo lavoro di precisione, calma e giustapposizione di elementi. Le sue strutture non rappresentano, sono. Senza l’ausilio di chiodi, colle, incastri o altri sistemi di fissaggio, erige opere che meravigliano per la loro “onestà” strutturale e precisione formale. Le due strutture realizzate per la mostra sono in dialogo transitorio con le forme che caratterizzano l’architettura degli spazi espositivi. Untitled # 163 è un lavoro autoreggente compresso fra parete e parete mentre Untitled # 162 è una sfera anch’essa priva di sistemi di fissaggio che si organizza come struttura a se stante grazie alla sola forza di gravità. Entrambi i lavori si rifanno all’andamento curvo degli archi e delle volte presenti in galleria e risultano come marcatori spaziali che pongono i presupposti per una nuova percezione degli ambienti.

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